il mio gr 20

il mio gr 20
trekking sulle montagne della corsica

Ho passato tanto tempo a guardare fuori dalla finestra, rendendomi conto che, giorno dopo giorno, quell’idea non avrebbe mai abbandonato la mia mente, e cioè attraversare le montagne della Corsica lungo il GR 20. Fuori dalla recinzione, quel prato ricoperto di colori, sembrava dirmi di non mollare quei propositi. Ci pensavo costantemente, guardando all’infinito video su youtube che rendevano bene l’idea delle difficoltà di quel percorso, anche se scoprii in seguito che ciò che avevo visto in tv era solo la minima parte di quello che avrei affrontato una volta sul campo. Il GR 20, acronimo di Grand Randonnée, è un cammino di lunga percorrenza che attraversa la Corsica da nord a sud per circa 180 km. Per consuetudine lo si divide in due parti, la Nord che inizia a Calenzana e termina a Vizzavona, e quella Sud che si conclude a Conca. Lo si può percorrere in entrambe le direzioni, sempre tenendo conto del fatto che il settore settentrionale è quello che incide di più sulle energie fisiche e mentali del camminatore. Proprio nelle prime tappe, provenendo da Calenzana, si affrontano le difficoltà maggiori di tutto il trekking, dovute fondamentalmente al tipo di terreno su cui si cammina e alle quote alle quali si arriva. A quel punto, si sceglie se affrontare il peggio quando si è pieni di energia o se partire dalle più facili tappe del Sud. È di fatto una scelta personale, anche se da principio ho pensato che partire da Calenzana fosse la scelta più adatta a me. Di sicuro, l’esperienza di qualcuno che lo aveva già completato stava influenzando non poco questa decisione e, anche se non avevo ancora idea di ciò che mi attendeva laggiù, i racconti sull’asprezza di alcune tappe massacranti mi mettevano sempre più in apprensione. Avevo davvero paura di non essere all’altezza di portare a termine il mio trekking e, inoltre, c’era un altro dettaglio che non si poteva prevedere, quello sul meteo. Questo si rivelerà uno degli ostacoli più duri da affrontare, e che inciderà non poco sia sul fisico che sulla mente. Non ho però ancora risposto alla domanda. Cosa spinge persone come me ad affrontare per giorni un terreno difficile come quello del GR 20? Me lo sono domandato anche dopo l’incontro con diversi camminatori, cercando di capire cosa li aveva portati fino a là. Tra questi, il giovane inglese Michael, una laurea in ingegneria e un’occupazione come giardiniere. Aveva appena concluso la sua avventura del GR 10 sui Pirenei, con 900 chilometri percorsi a piedi in soli quarantasei giorni. Si era concesso un anno sabbatico, durante il quale avrebbe meditato sul proprio futuro. Joshua, americano, forse una storia d’amore finita male e un cambiamento di vita radicale che l’aveva condotto lontano da casa, fino a quelle montagne. C’era poi il Nepalese Sundar, il camminatore instancabile, animo gentile e sempre con il sorriso tra le labbra. Non credo avesse motivi particolari per percorrere integralmente il GR 20, sembrava avere solamente un grande amore per la vita, per il camminare e arrampicarsi sul granito corso. Lo faceva con leggerezza di spirito e, quando tutti la mattina si alzavano imbronciati per le assurde levatacce, lui alle cinque del mattino era già pronto a partire sorridente. Ho incontrato anche alcuni gruppi di ragazzotti francesi che avevano un solo obiettivo, conquistare Conca in meno di otto giorni, un obiettivo davvero difficile per molti, perfino per le persone più allenate che camminano su quei sentieri. Loro ci credevano, trascorrendo le giornate come robot, programmati per terminare le tappe nel più breve tempo possibile. Sveglia alle quattro del mattino e via, a scarpinare al buio con l’ausilio di una lampada frontale. Eccoli, quindi, alcuni motivi che possono diventare una spinta per avventurarsi in un lungo cammino. Ma su quale fosse il mio ancora non ci avevo ragionato. All’epoca stavo per varcare la soglia dei cinquantacinque anni, ed era forse questa la ragione che mi stava catapultando in questa avventura, una sfida del tutto personale determinata dal sentirsi ormai inadeguato a compiere gesti atletici o raggiungere obiettivi importanti. Non mi sentivo vecchio, anzi era un periodo in cui mi trovavo in una forma straordinaria. Mi allenavo alla corsa in montagna tre o quattro volte a settimana e, oltre a questo, mi sottoponevo ad alcune sessioni di pesi in palestra. Il trekking più duro d’Europa è l’avventura con la A maiuscola, pensavo, e se non lo si fa quando si è giovani, di certo diventerà l’occasione mancata, o un altro dei piccoli o grandi fallimenti della vita. Posso dirvi già da ora che mi sbagliavo, perché, nelle due settimane trascorse su quei sentieri, ho incontrato tanti giovani, ma anche altrettanti camminatori in non più giovane età. Gente che cammina per davvero, uomini e donne pieni di forza fisica e mentale da fare invidia a tanti ragazzi. Ripensandoci ora, questa si è rivelata una inesauribile fonte di ispirazione, una spinta psicologica durante i giorni più duri in cui ti chiedi più volte cosa ci fai veramente là a faticare come un mulo, e non disteso su una sdraio di fronte al mare. Ho iniziato a credere, tra l’altro, che questo viaggio fosse più mentale, che fisico. Torniamo però un attimo indietro, soprattutto a quell’idea che, con il passare del tempo, prendeva forma e iniziava a pormi alcuni quesiti. Primo fra tutti: partire da solo o cercare invece compagni di cammino? Non era facile trovare amici o semplici conoscenti che lasciano tutto per due settimane e si imbarcano per un trekking come questo. Tantissimi ne ho incontrati di avventurieri a parole, li riconosci da come raccontano le loro pseudo esperienze. Si vestono di tutto punto, con marchi di tendenza, scarponi nuovi di zecca e sempre puliti. Le loro parole si concentrano sui chilometri percorsi la domenica, sui metri di calata in corda doppia, e mai sulle sensazioni provate nel visitare questo o quell’altro luogo. Negli ultimi anni, ho sempre pensato che le discipline “outdoor” siano diventate un’occasione per tanti, soprattutto quelli che di montagna ne sanno davvero poco, di sfoggiare l’ultima moda nell’abbigliamento, o appuntarsi al petto il numero di escursioni guidate come medaglie, salvo poi trovarne davvero pochi in grado di programmare un GR 20 o un’Alta Via delle Dolomiti. Fino a poco prima della ipotetica data di partenza non avevo un compagno di cammino e la prospettiva di una solitaria in Corsica la ritenevo sempre più probabile. La svolta avvenne quando esposi il progetto all’amico Daniele. Sembrò da subito entusiasta, tant’è che la sua conferma ad accompagnarmi non tardò ad arrivare. C’era da decidere solo quando partire, perché i mesi disponibili per farlo vanno da giugno a settembre, periodo in cui aprono i rifugi e si può arrivare a certe altitudini senza correre il serio pericolo di trovare nevai nei passaggi difficili. L’aspetto negativo sta nel fatto che il cammino, soprattutto a quote più basse, può essere disturbato dalle alte temperature delle estati mediterranee. Nelle guide, trovammo indicazioni molto utili per capire qual era il momento giusto per percorrere questo trekking, ma era pur vero che in passato si erano registrate stagioni calde e siccitose alternate ad altrettante fresche e ricche di piogge. Senza pensarci troppo, comunque, arrivammo a una conclusione: la prima decade di agosto.

Il resto del racconto lo potete trovare nel mio nuovo libro edito da Youcanprint che vi invito ad acquistare utilizzando questi link:

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