Viaggiatori di Sardegna – No. 3 – Silvano, era mio padre

Lo guardavo mentre fissava il mare, era in apparenza senza più emozioni. Gli occhi lucidi, la mente offuscata dalle notti insonni, la memoria cancellata dall’Alzheimer. Continuava a parlare del passato, racconti che avevo sentito migliaia di volte e ai quali non facevo più caso. Ma non volevo ferirlo chiedendogli di smettere. Sentivo invece il dovere di proteggere  la sua serenità, perché ero sicuro che quelli sarebbero stati gli ultimi momenti condivisi con me, con mia madre.

È davvero incredibile come l’immagine di un padre possa cambiare negli anni. Da ragazzino, lo vedevo come un gigante buono. Si circondava di leggende che lui stesso, di tanto in tanto, raccontava e che credevo tanto vere quanto i racconti su Babbo Natale. Tendevo a non farmi troppe domande sulla veridicità di quelle cose straordinarie che sentivo da lui. Lo ricordo forte, con un fisico d’acciaio, a partire da quelle mani che vedi solo in chi ha sempre lavorato duramente. Aveva avambracci segnati da vene superficiali che si inerpicavano fin oltre i bicipiti. Una grande cicatrice, provocata da una scheggia di metallo, gli ricordava il suo periodo passato in Marina,  un souvenir che gli si era infilato fino all’osso durante un attacco aereo  nel 1943, un mese prima dell’Armistizio. Ogni tanto gli dava noia, lo si notava, ma con noi, non se ne lamentava mai.

La guerra degli Italiani

E della guerra non parlava mai, se non per ricordare i suoi amici, partiti da Isola d’Istria, classe 1922, quasi tutti in Marina Militare, qualcuno mai tornato. Lui, spedito a Pola tra le file del San Marco, e poi successivamente a una delle eroiche, seppur poco ricordate, flottiglie di motozattere, le MZ  seconda serie. Erano imbarcazioni lente che facevano massimo 12-13 nodi. Nel ’42, quando mio padre viene assegnato  ad una di quelle (la MZ774), esse servono, dapprima ad inviare approvvigionamenti alle truppe dell’Afrika Korps e, successivamente nel ’43, ad evacuare dal  continente Africano ciò che rimane degli uomini sconfitti di Rommel.


 

Nel Reggimento San Marco – 1942 – Pola

 


Quella ferita arriva improvvisamente dal cielo, il 15 agosto, quando al traverso di Siderno Marina in Calabria, un caccia la cui livrea non lascia dubbi sul fatto che sia italiano, mitraglia la MZ774 danneggiandola irrimediabilmente. Costretti ad arenare l’unità su un basso fondale per evitarne l’affondamento, tutti i componenti dell’equipaggio, qualcuno come mio padre anche ferito, vivono uno dei momenti più bui di tutta la guerra. Sbandati,  alcuni con i sintomi della malaria, abbandonati al proprio destino da un imbarazzante silenzio  dei comandi militari che inviano ordini contradditori, essi cercano riparo un po’ ovunque. È il momento in cui l’Italia si spacca in due. Chi vuole continuare a combattere prosegue verso nord, decidendo di rimanere fedele forse ad un ideale di lealtà. Ma c’è anche chi, come Silvano, decide che ne ha abbastanza e percorre la strada verso nord con un’intenzione diversa, quella di ritornare a casa, alla pace. Sono i giorni della paura, non dell’eroismo. Nemmeno si sa più chi sia il nemico con i tedeschi che iniziano la caccia al militare italiano, da deportare o convincere con la forza a un arruolamento nei loro ranghi.  


Paura!

Mio padre parlava spesso della paura, non se ne vergognava affatto.  Nei giorni seguenti l’attacco aereo, tutti i membri dell’equipaggio rimangono appiedati. Poco cibo disponibile, anche se si sa che al sud, nelle campagne, qualcosa si trova sempre. Iniziano ad ingurgitare quantità venefiche di fichi d’India, e l’effetto collaterale è quasi peggio della fame. La stipsi che ne consegue è qualcosa che andrà via solo dopo uno spaventoso mitragliamento di un Lightning P38 in picchiata. Egli diceva sempre, “Chi non ha paura della guerra, o è scemo o è da ricoverare”, e  con questa frase difendeva il suo essere normale, sopravvissuto a quegli spaventosi giorni dell’estate del 43 che lo segnarono per tutta la vita. Aveva la scorza dura di chi ne ha visto davvero tante.

 

A bordo della Motozattera MZ774 – Tunisi – 1943

 

 


Finita la guerra, dopo aver perso tutto in un’Istria non più italiana, percorre il nord Italia in cerca di lavoro. Trova un Paese distrutto, le grandi città che non hanno più il bell’aspetto di prima. Brescia, poi Torino che diventa la sua nuova casa, con nuovi amici, forse una nuova famiglia. Ma nella vita non si può dare niente per scontato e, nonostante che sia in procinto di emigrare in Canada o negli Stati Uniti, il suo sport preferito gli concede un’altra opportunità.

 

La scoperta della Sardegna

Riceve la visita di un elegante signore di mezz’età. Si presenta come presidente di una squadra di calcio, la Monteponi di Iglesias. “Ma dove si trova questo paese? In Spagna? Mai sentito!” – chiede in modo innocente. “No, no, si trova in Sardegna” – risponde il signore. Silvano, durante i mesi della guerra, ha visitato suo malgrado buona parte dello stivale, ma la Sardegna no. Nessuno dei suoi amici o parenti è mai stato lì. È l’ignoto, è qualcosa che sa di esotico, e non di certo un luogo che attrae a tal punto da trasferircisi. La proposta di andare nell’isola a giocare a calcio è invece attraente. Non male in quegli anni essere stipendiato per dare calci a un pallone. Dapprima crede a uno scherzo, ma i destinatari di quella proposta sono anche alcuni suoi compagni di squadra della Postelegrafonici di Torino. Non ci sono dubbi, quella Società mineraria fa sul serio e ha l’intenzione di fare il salto di qualità nel campionato di prima divisione sardo e forse puntare a qualcosa di più. Qualche giorno per pensarci e un biglietto di sola andata per la lontana Iglesias viene fatto recapitare al suo indirizzo. Sul traghetto per la Sardegna, alcuni giorni dopo, vede il sole sorgere su Golfo Aranci. È l’inizio di una nuova avventura, anche se lo sbarco, alla fine dell’estate del 1948, lo sorprende in negativo. Il luogo, visto dai finestrini del treno, gli sembra un deserto giallo. La terra è arida, rocciosa e non ha nulla del verde della sua Istria, delle montagne che si vedono da Isola. È quasi deciso a scendere e scappare via. “Dove sono finito?” – è una frase che bisbiglia più volte su quel treno sbuffante, dai sedili in legno che sembrano usciti da un western muto con Tom Mix. La Sardegna del dopoguerra è una terra povera, ma di certo questo non può essere solo imputato alla guerra appena finita. Lo è sempre stata, luogo di conquista per avventurieri, fonte di arricchimento per pochi, non di sicuro dei sardi . Le sue ricchezze sembrano non essere state mai notate dai locali, ma certamente attirano ingenti capitali che provengono dal continente, dall’Europa. Ad Iglesias, soprattutto, esiste una  grande e ricca industria del sottosuolo. Consistenti giacimenti, da cui si estrae piombo e zinco, sono al centro di grandi investimenti di società che, con il necessario know-how nel campo minerario, creano un business internazionale che non ha paragoni con il passato. Tutto questo, inoltre, si ripercuote anche sulla vita sociale degli abitanti di cittadine come Iglesias, e di altri luoghi dove le miniere non significano solo lavoro ma anche aggregazione sociale e sport. Ecco che Silvano arriva in città nel momento esatto in cui la Società che lo ha assunto sta per inaugurare una delle più importanti strutture sportive del territorio sardo, lo Stadio Monteponi. Qualche giorno per adattarsi a un nuovo mondo, guardarsi intorno, e capire che il luogo che aveva immaginato, in fondo, non è poi così remoto o esotico.

Iglesias e una nuova vita

È certamente bellissimo notare che questa piccola città ha una storia millenaria. Il suo centro storico, intatto e mai toccato dalla guerra, gli restituisce quella pace che cercava da anni. Ha venticinque anni e con una gran voglia di vivere, un desiderio di riscatto per tutto ciò che gli eventi recenti gli hanno portato via. Passeggia con gli amici nella Via Nuova, un salto al Caffè di Casula con i suoi nuovi compagni di squadra e un abbigliamento a cui i locali non sono abituati. Pantaloni corti, sandali, una camicia bianca è l’abbinamento preferito, soprattutto dopo gli allenamenti di preparazione al campionato. Gli iglesienti, invece, hanno gusti diversi e anche il più povero nel tempo libero sfodera il suo abito migliore completo di cravatta. Quei ragazzoni con l’accento continentale sono quasi un affronto alle regole di convivenza ormai consolidate nel centro minerario anche se la diffidenza nei loro confronti svanisce però con il passare del tempo. Il campionato di calcio inizia e la Monteponi diventa la star delle domeniche di paese, soprattutto quando gioca in casa. L’inaugurazione dello stadio vede l’afflusso di migliaia di persone, è un successo che nessuno si aspetta. Nemmeno Silvano crede ai suoi occhi. Quella stagione calcistica, piena di successi, diventa per lui l’occasione di visitare l’isola e le trasferte, col bus noleggiato dalla Società, rimuovono l’immagine di una Sardegna desolata vista pochi mesi prima da quel treno, rimpiazzandola con quella di un luogo in cui restare, forse piantare profonde radici.


 

A passeggio nella piazza Sella – anni 50 – Iglesias

 


Mentre al nord Italia le città iniziano a scoprire la frenesia dei tempi moderni, nell’isola si vive ancora a ritmi lenti. Il clima, la natura, i luoghi e soprattutto la gente lo sorprendono in positivo. L’accezione Sardegnolo, con la quale al nord si indicano gli isolani, ora lo infastidisce più di prima. Sta accadendo qualcosa che negli anni futuri gli faranno ripetere più volte di essere stato un sardo mancato. Anche quella lingua così difficile inizia ad essergli sempre più familiare. Non parla in sardo e, quando ci prova, fa sorridere per quello spiccato accento giuliano. Il sorriso e la cordialità sono le armi con cui conquista il prossimo, inizia pian piano a far tesoro di ciò che vede nel suo girovagare per l’Isola. Le partite a Nuoro, Tempio, San Gavino, l’Argentiera, sono il punto di partenza per completarne la conoscenza.

Le radici e il cambiamento

Proprio dal villaggio minerario dell’Argentiera scopre che a pochi chilometri esiste un piccolo centro che gli ricorderà le sue origini, e da quel momento lo visiterà negli anni con assoluta costanza. Là, hanno trovato una nuova casa molti esuli istriani, dopo l’esodo che li ha visti abbandonare le terre ormai oltre confine. A Fertilia, Silvano può tornare indietro nel tempo, riprendere soprattutto l’abitudine a parlare il suo dialetto.


 

Campo Sportivo dell’Argentiera – campionato di prima divisione 1948-49

 


In quei mesi, molti istriano-dalmati stanno iniziando a lasciare l’Italia per orizzonti lontani, il Canada, gli Stati Uniti, l’Australia. Altri si accontentano ancora delle modeste baracche dei centri di raccolta profughi, come quello di Padriciano a Trieste. Vivono un’umile esistenza, portando con sé la speranza di poter tornare presto in Istria, alle loro case, alla loro terra. Silvano non è così ottimista e, in quei mesi successivi alla firma dell’opzione, decide che è meglio cambiare aria, sicuro del fatto che non sentirà la nostalgia dei luoghi che lo hanno visto crescere. Fertilia stessa è la prova tangibile che aveva ragione. Questo centro urbano, progetto del ventennio fascista mai arrivato a compimento, doveva ospitare in origine coloni provenienti dalla zona di Ferrara. Sarebbe dovuto diventare il punto di riferimento economico e amministrativo della Nurra di Alghero. L’errore del regime, purtroppo, era l’obiettivo di una italianizzazione del territorio e non un reale miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti del luogo. Durante la seconda guerra mondiale, tra l’altro, i lavori di edificazione si interruppero e, quando alla fine del conflitto fu loro concesso trasferircisi, i profughi istriani si prodigarono per completarne l’opera, diventando da quel momento una delle più numerose comunità di esuli presenti in Italia. Anche se è tornato quindi a respirare una sorta di aria di casa, Silvano ritiene Fertilia un surrogato della sua vita passata che mai avrebbe potuto sostituire l’ambiente che la sua adolescenza aveva conosciuto. Avverte soprattutto la sensazione che quelle radici, che fino a poco tempo fa lo legavano alla sua terra, stanno lentamente cedendo.  Inizia invece a sentirsi un sardo, e lo sta diventando soprattutto per amore di quest’isola. Manca solo quello per una donna per suggellare la sua appartenenza a questi luoghi.

Una vittoria, un bacio

Via Nuova, a Iglesias, è una breve passerella che ha visto nascere e finire amori.  Le vetrine dei negozi abbelliscono e illuminano il lastricato che, durante le giornate di pioggia, luccica, riflettendo le sagome degli iglesienti che abitualmente ci passeggiano. Un luogo di incontro, per fare due passi dopo il lavoro o andarci per incrociare gli sguardi. Ed è una ragazza con la treccia lunghissima che piace tanto a Silvano. La sua generazione ha ancora la fortuna di innamorarsi, promettersi un bacio  senza social media, senza smartphone e non basta inviare uno smile per convincere una ragazza ad uscire con te. Sono il tuo viso, i tuoi occhi che fanno la differenza e, se sei timido, puoi rimanere mesi ad incontrare quella ragazza senza aver mai l’occasione di fermarla e dichiararti. Poi, c’è l’ostacolo rappresentato dai parenti che controllano costantemente i movimenti delle fanciulle. Le passeggiate sono tassativamente vietate oltre la piazza Sella verso i villini, ad esempio, zona buia dove sono guai se ti vede tuo padre . All’epoca poi si organizzano serate danzanti all’Olimpia, anche se non tutti i giorni. 

 

Monteponi – Torres 1949 – Stadio Monteponi Iglesias

 


Quindi i luoghi di aggregazione sono davvero pochi e quella corta via, percorsa la sera più volte come le vasche di una piscina, fornisce speranze e sogni romantici. Maria, la ragazza con la treccia, non sembra tanto attratta da quel ragazzotto sempre sorridente e, anzi, alle amiche confida che proprio non le piace. “Sembra un cinesino con quegli occhi a mandorla” – quella frase invece, detta con la mano che nasconde un sorriso innocente, è la descrizione esatta, che ripeterà per tutta la vita, di ciò che la fece innamorare per sempre di lui. Quella fatidica settimana, Silvano si sta preparando insieme ai compagni di squadra a uno dei match più importanti del campionato, quello con la Nuorese. Una vittoria con la squadra barbaricina, che non è sicuramente una delle più forti  ma certamente temibile in casa, non è qualcosa su cui puntare una scommessa. Decide comunque che è un approccio quantomeno simpatico per avvicinare meglio Maria. “Se vinciamo a Nuoro, mi dai un bacio?” – le chiede una sera. “la scommessa va bene, tanto non vincerete” è la risposta poco convinta di lei. Qualche giorno più tardi, la domenica post partita, la Carlo Felice sembra il viale della vittoria per Silvano. Quel sole al tramonto che dal finestrino viene ostacolato di tanto in tanto da una serie di grandi pini sa di un ritorno alla pace, al dolce vivere e all’amore. Tornato alla routine cittadina, degli allenamenti pomeridiani e del lavoro nell’officina della Miniera di San Giovanni, nota che la ragazza con la treccia non è più tra quelle sagome che passeggiano nella Via Nuova. È passata una settimana e quell’assenza lo rende triste. Si sveglia presto al mattino, in quel piccolo appartamento di Via Cagliari che condivide con un suo amico. La parallela di Via Nuova è deserta a quell’ora e i segni che la città è viva hanno il profumo del pane appena sfornato. Una delizia per il palato che il padre di Maria regala ai suoi concittadini ormai da anni in quel piccolo laboratorio artigiano a pochi passi dal portone di ingresso di Silvano. Si sentono le sirene del cambio turno che, dalla miniera di Monteponi, riecheggiano fino al centro abitato. Il viaggio per andare al lavoro verso San Giovanni Miniera si deve fare in sella ad una “semicorsa”, una via di mezzo tra la bici di Bartali e quella dei Bersaglieri durante il risorgimento. All’andata la fatica non si fa sentire , la strada verso la meta è praticamente tutta in discesa.


 

Gioventù in bicicletta

 


All’incontrario la sera, dopo otto ore, tutto il tragitto è invece in salita. Sono momenti passati in compagnia del collega Mario, forte ciclista iglesiente, con il quale quasi ogni giorno si confronta sulle ultime curve di Villamarina alle porte di Iglesias. Sono veloci e sono freschi come al mattino e questi sono i segni della giovinezza o forse anche gli effetti prodotti da una vita dura che gli ha forgiato un fisico d’acciaio. Maria, intanto, per evitare quell’incontro con Silvano, si è rinchiusa in casa. È emozione, non paura, quella di incontrare quel ragazzo dagli occhi a mandorla, tanto sfrontato da scommettere un bacio su una partita a pallone. Le sue amiche non capiscono cosa sia successo e sono preoccupate sullo stato di salute di lei. Chiedono alla madre, signora Peppina, alle zie che vendono il pane nel negozietto sotto casa, zia Gigina e zia Cicita, ma nessuno può conoscere la vera ragione di quell’assenza prolungata. C’è poco da fare, comunque, e un bel giorno Maria deve tirare fuori il naso di casa per affrontare l’immagine di quel ragazzo che ogni volta le fa venire le farfalle allo stomaco. Lo incontra e si fa abbracciare alla fine. Ha perso una scommessa che sa di vittoria anche per lei, perché da quel bacio inizierà un amore per sempre, fino alla fine dei suoi giorni.

All’avventura in Sardegna

Il progetto della Vespa Piaggio corrisponde all’immagine di un Paese che vede rinascere in sè la speranza e soprattutto la voglia di vivere. Milioni di italiani la proveranno e ne rimarranno incantati. Gregory Peck e Audrey Hepburn che scorrazzano per le vie di Roma in Vacanze Romane, suggelleranno quel successo industriale che a breve sarà un’icona di spensieratezza a livello globale. Sono i giorni in cui Silvano e Maria vivono i giorni più belli della loro vita. Non hanno la Vespa, ma una bella Lambretta, concorrente che otterrà però meno fortuna del motociclo targato Piaggio.  A detta di Silvano, la Lambretta 150 cc è più equilibrata della Vespa, ma il tempo e il mercato daranno ragione a quest’ultima che arriverà, con un progetto quasi invariato, fino ai giorni nostri. Ma a parte la rivalità tra questi due mezzi, sono proprio gli italiani che amplificheranno il successo industriale di queste due case motociclistiche, vivendo e spostandosi a cavallo di questi luccicanti gioielli, con la spontanea allegria di chi vuole riavere le cose belle dalla vita. E sono gli anni in cui la viabilità in Sardegna sta migliorando, anche se molto lentamente.


 

Con la famiglia in Lambretta

 


 

Verso il Pan di zucchero – anni 60

 


L’asfalto è dedicato alle arterie più importanti e dove l’industria necessita di un veloce trasporto delle merci. Il resto delle strade sono ancora simili alle carrarecce di inizio secolo, polverose d’estate, fangose e viscide in inverno. Un motociclo si sposta però facilmente su questo tipo di terreno, sostituendo le passeggiate ad Iglesias con giornate dal sapore avventuroso. È finalmente primavera e la natura si dipinge dei colori della ginestra selvatica e delle euforbie. Silvano, nelle sue trasferte sportive, ha scoperto diversi luoghi che meritano di essere conosciuti meglio. La Barbagia e soprattutto l’Ogliastra diventano le mete preferite delle domeniche assolate. Il clima mite dell’Isola profuma di fiori selvatici, di ginepri e, in quell’andare, scanzonato ci si riscopre viaggiatori di un tempo che fu. Non si sentono un La Marmora o un Valery, anche se vanno alla ricerca di quegli stessi luoghi di cui avevano sentito parlare. Come nelle leggende, appaiono dunque quelle creste montuose, quei “tacchi” ogliastrini che rimarranno come indelebili cartoline dei loro ricordi. È finalmente la scoperta di una Sardegna che, fino a pochi anni prima, sapeva di mistero, di un esotico che ora diventa familiare, di un luogo che, tutto ad un tratto, diventa casa, focolare. Come ad Orgosolo, dipinto in quei tempi a fosche tinte, dove Silvano e Maria testimoniano invece la vera ospitalità sarda. La gente qui vive a ritmi più lenti di quelli a cui si sta abituando Iglesias e la frenesia della vita, che l’industria sta iniziando ad imporre nel centro minerario, non riesce ad attecchire in questi paesi abbarbicati sui monti. Qui si vive a stretto contatto con la natura e la percezione del tempo è esclusivamente correlata all’andare e venire delle stagioni. Non esiste ancora il traffico di auto o moto che già in Sardegna si sperimenta in molte città e sono consuete le immagini di uomini o donne che, a dorso di cavallo o di mulo, si spostano dal paese alle campagne.  Qualcuno passa per le vie del centro guidando un carretto carico di fascine per il forno e per le cucine ancora alimentate a legna. È questa la Sardegna che, fra poco, scomparirà per far posto ai tempi moderni e al boom economico italiano.

Tempi moderni

Sono gli anni settanta, appunto, ed ora ci sono anch’io nelle avventure di Silvano e Maria. C’è anche mia sorella, Maria Romana, nome troppo lungo per non essere subito scambiato con un nick come Lella. La Lambretta non c’è più, viene sostituita da un’altra icona di quegli anni, la 500. Più precisamente il modello L, la versione lussuosa nata nel 1968 che differisce dalla F per alcune migliorie estetiche. La più evidente è l’adozione di tubi di rinforzo ai paraurti, per dare una maggiore protezione nei parcheggi all’automobile. Cromature ai bordi del parabrezza e la perdita del baffo al marchio FIAT, diventato rettangolare sul muso della piccolina della casa di Torino. Ora le gite del fine settimana sono più confortevoli e adatte a una famigliola come la nostra. L’autoradio marca AUTOVOX, che risulta essere una semplice ricevente AM, diffonde nell’abitacolo rumoroso le note di canzoni famose. Quelle già sentite a Canzonissima o che ricordano i momenti appena passati davanti alla tv con Studio Uno. Sono gli anni d’oro della canzone italiana, di Mina, Lucio Dalla e degli urlatori come Tony Dallara. Sono ancora i tempi dove ci si ferma ai passaggi a livello della vecchia linea ferrata delle Ferrovie Complementari Sarde, dove è il casellante che si cura del traffico delle auto in transito. Lungo la strada per Aritzo, ad esempio, è una signora in costume sardo che, puntuale e con la calma tipica degli abitanti del luogo, chiude con una catena il passaggio al nostro piccolo veicolo. Silvano spegne il motore, bisogna aspettare e chissà quanto. Alla radio si sente Emozioni cantata da un giovane Lucio Battisti che ha appena firmato il sodalizio più importante della sua vita artistica, quello con un certo Mogol. Lo sferragliare quasi assordante del piccolo treno che si inerpica lungo questa linea ferrata sa dei racconti di un certo D.H. Lawrence che, circa cinquant’anni prima, ne dipinse il poetico e lento incedere. Al finestrino, un signore che indossa un tipico cappello di velluto e una camicia bianca, saluta la signora come se la conoscesse bene. Sono ancora i tempi in cui quel codice di comportamento mai scritto,  impone di salutare chi si incontra per strada, anche se non lo si conosce di persona. È una regola che dona al viaggiatore un senso di sicurezza, di solidarietà espressa senza parole superflue e che la modernità sta lentamente soffocando.


 

Il suo sguardo continuava a fissare quell’orizzonte. Il Pan di Zucchero al tramonto era sempre lì, come la prima volta che lo osservò, ancora dubbioso se restare su quest’isola o volare via, lontano. Aveva finito la sua voglia di raccontare, saltando gli ultimi trent’anni come se non fossero così tanto interessanti come tutti gli altri. Le sue gambe forti da centromediano non lo reggevano più e per una piccola passeggiata aveva ormai bisogno di me, del mio braccio su cui appoggiarsi. Gli chiesi per l’ultima volta se intendeva continuare a camminare. Mi rispose secco, “spacciadasa is pagliettas” , con quel suo fare ironico che usava per dirmi che era vecchio. Si voltò per l’ultima volta verso quelle onde,  regalandomi infine uno dei suoi ultimi sorrisi. Era stato anche lui un vero viaggiatore di Sardegna.

11 commenti su “Viaggiatori di Sardegna – No. 3 – Silvano, era mio padre”

  1. Bella storia. Rende bene il ricordo di signor Silvano, bell’uomo di aspetto e di spirito. Belle anche le istantanee dei tempi che furono e che raffiigurano gli anni in cui la parabola dell’epopea mineraria fletteva verso il basso.

    1. Velasquez's logbooks

      mancano tanti dettagli che nella vita ha raccontato, ma sarebbe diventato un libro. Grazie Pierluigi

    1. Leggere e guardare le foto mi ha riportato alla mente lo sguardo di signor Silvano. Uno sguardo duro, lo sguardo di chi ne ha viste tante. Allo stesso tempo uno sguardo che dava fiducia e sicurezza. Un abbraccio.

      1. Velasquez's logbooks

        Grazie mille Vladimiro, è un piacere leggere il tuo ricordo, ti abbraccio anch’io.

  2. Very interesting and very well written….write a book, with the rest of the story and with all the details.

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