Livio Senigalliesi in un ritratto di Silvia Amodio
Non è stato facile cedere alla tentazione di scrivere un articolo che riguarda Livio Senigalliesi. Soprattutto sulla guerra, i suoi orrori e le sue infinite ripercussioni sulle popolazioni civili. Questo blog non tratta argomenti così seri. La decisione l’ho presa dopo averlo incontrato qui in Sardegna, come un semplice turista che si gode il panorama dalle scogliere della costa dell’Iglesiente e con il quale ti soffermi a parlare della tua Isola.

Non era lì per caso davanti alla Laveria La Marmora di Nebida, ma a costruire una sua nuova opera. Un reportage che parla di miniere, di memoria e di uomini in lotta e fratellanza. Un signore dalla barba bianca, una macchina fotografica al collo, e quegli occhi di chi sa cogliere all’istante il vero significato delle cose, dei luoghi.
Non posso dire che da quel giorno siamo diventati amici, ma oggi lo considero una persona alla quale mi sento molto legato. Con lui condividiamo ogni tanto qualche chat parlando di Sardegna, dei nostri progetti e di quello che è sempre stato il suo vero lavoro e che, non vi è alcun dubbio, lo ha segnato anche nella vita stessa.
Il suo viaggiare è stato molto diverso da quello di un comune turista. I luoghi che ha visitato sono i campi di battaglia che si sono succeduti negli ultimi decenni in tutto il globo. Dall’Africa, con i massacri che al mondo occidentale sembrano così lontani. Alla nostra Europa, dilaniata solo qualche decennio fa dai genocidi dell’ex Jugoslavia, un luogo quest’ultimo che tra l’altro mi è molto familiare. Una terra multietnica che un Europa ciecamente colpevole ha fatto seviziare da un pugno di assassini nel nome del nazionalismo.

Ma c’è una cosa che mi ha colpito nelle parole di Livio, soprattutto leggendo il suo libro Memories of a War Reporter, ed è quella frase che ogni volta mi ritorna in mente: “le guerre sono un mezzo di distruzione e cancellazione della memoria”. E non è forse vero? L’orrore è come quella nebbia che incombe sui luoghi, gli eventi e i ricordi di un popolo. Assassinare, stuprare, portare all’esodo migliaia di persone, non è solo un semplice e atroce gesto, ma soprattutto il migliore dei modi per spezzare e seppellire quella catena di ricordi che formano una memoria collettiva, che una volta cancellata, fa scomparire anche le tracce di quella comunità.
È la storia del genere umano dopotutto, e Livio ne è testimone vivente, divenendo con le sue foto e i suoi testi, il medium che riporta a galla quella memoria e la tiene in vita. Qualcuno potrebbe pensare a quanto adrenalinico sia un lavoro come quello del reporter di guerra. Sempre in giro per il mondo, una vita di azione alla Hemingway. Molto affascinante nei film di Hollywood, ma il rovescio della medaglia è che tutto questo risulta alquanto difficile e duro nella vita reale. Perché quando torni a casa, quelle immagini di crudeltà non rimangono solo stampate nelle foto, ma diventano parte della tua vita, cacciandoti come una preda ferita a morte. La sola tua speranza è quindi quella di ritornare in quei luoghi, ad esorcizzare quell’orrore. Prendendoti l’onere gravoso di testimoniare quanto sia difficile pensare a un genere umano che possa concretizzare davvero la pace.

Oggi Livio non frequenta più i campi di battaglia, ma il suo vivere, il suo lavoro stesso, sono ancora strettamente connessi con la guerra. Sono le mostre fotografiche, i libri, ma soprattutto gli eventi divulgativi nelle scuole, la sua nuova missione. Far capire ai giovani, quelli che in futuro terranno le redini di una nazione, gli errori tragici del nostro passato, cos’è la guerra e cosa potrebbe essere una vera pace globale. Sono sicuro che questi bei momenti passati a sensibilizzare questi giovani, lo terranno sempre occupato. Da parte mia, spero che parte di quell’orrore, raccontato con così cruda lucidità, scompaia per sempre dal suo sguardo. Ora la Sardegna lo aspetta. Attende Livio come uno di quegli illustri viaggiatori che hanno lasciato nei loro diari una preziosa testimonianza della nostra cultura.
A rivederci presto in Sardegna, Livio
Caro Stefano Vascotto, ci sono degli incontri nella vita che legano subito le persone e le fanno sentire a proprio agio. Quando ti ho parlato delle mie esperienze nell’ambito di una serata tra amici, ho sentito che mi potevo fidare, che potevo aprire il mio cassetto dei ricordi senza remore, sapendo che ogni parola e ogni lacrima sarebbe stata compresa, ascoltata con rispetto. Certe volte mi sembra di essere matto, di raccontare cose dell’altro mondo…ma effettivamente è così. E’ difficile comprendere l’inferno se si vive in paradiso…è difficile spiegare il contesto da manicomio in cui vive la gente comune quando scoppia una guerra e il ruolo di un reporter che per capire sceglie di vivere in famiglia, lontano dagli alberghi a 5stelle….è proprio quella vicinanza alla gente comune che mi aiuta a comprendere ed è fonte d’ispirazione. Una Storia vissuta e raccontata dal basso. Poi hai voluto leggere il mio libro di memorie e questo ci ha avvicinato ancora di più. Ora i tuoi commenti mi commuovono e ti ringrazio di cuore per l’interesse e per la stima, che ricambio con affetto fraterno. Livio
Sono io quello che si è commosso nel leggere il tuo libro. Un’opera non facile e talvolta cruda nelle sue immagini. Ma quelli della nostra generazione (non mio padre o il tuo credo che hanno vissuto la guerra) non sono abituati all’orrore che porta una guerra. E quello che manca nel tuo libro, anche se lo racconti benissimo in tanti passi, è l’odore della morte, che farebbe capire a molti uno dei più grandi errori del genere umano.
Caro Stefano, il libro in questione racchiude ricordi e storie inedite a cui ho voluto dare una forma. Non vuole essere autocelebrativo e Pio Tarantini, autore dell’introduzione, ha centrato in pieno lo spirito del mio lavoro decennale e di questa pubblicazione. In un tempo in cui tutto va veloce e non lascia spazio alla memoria e alla riflessione, ho voluto fermare fatti, storie, nomi che non si possono dimenticare. Come sai, è un libro scomodo, una sorta di j’accuse…la Storia, si sa, la scrivono i vincitori ma anche il sistema mediatico molte volte non ha riportato la verità ed è divenuto strumento di manipolazione. Io parto dai fatti, da ciò che ho visto e sentito e faccio nomi e cognomi. Anche se la morte resta sempre sullo sfondo dei vari capitoli, non ho voluto scioccare con particolari agghiaccianti e fotografie truculente. Ho voluto solo informare e ribadire la mia partecipazione profonda alle tragedie umane che ho raccontato attraverso il mio obiettivo.
Questo libro, volutamente distribuito via web, vuole avere anche scopi didattici. E’ dedicato ai giovani ed il fatto che sia stato adottato che testo in numerose scuole e università mi riempie d’orgoglio.